“Il mondo è sull’orlo di una rivoluzione silenziosa, alimentata non dal vapore o dal silicio, ma da dati e algoritmi,” dice Hans Kluge, direttore regionale dell’OMS per l’Europa.
La nuova indagine Datanalysis 2025, presentata a Milano durante l’evento di MioDottore e riportata da Adnkronos, fotografa una realtà sorprendente: i pazienti italiani sono più avanti dei medici nell’adozione del digitale in sanità.
I numeri parlano chiaro: il 79% dei pazienti usa già strumenti digitali, per esempio app per prenotare visite, teleconsulti e dispositivi indossabili per il monitoraggio della salute. Oltre la metà crede che l’IA cambierà radicalmente il modo di ricevere cure e il 55% accetterebbe volentieri strumenti digitali avanzati per monitorare la propria salute. A una condizione: che siano facili da usare.
L’83% degli specialisti e il 76% dei medici di famiglia credono che l’IA cambierà radicalmente la sanità nei prossimi cinque anni, riconoscendone il potenziale. Ma quando si tratta di adottarla davvero, qualcosa si blocca.
Le barriere sono concrete
L’indagine – condotta su 2.000 medici e 1.000 pazienti cronici – restituisce il ritratto di un sistema con “forti dislivelli” di competenze, fiducia e accesso tecnologico. I problemi più citati:
• complessità d’uso degli strumenti (21-22%)
• mancanza di formazione e competenze digitali (18-20%)
• scarsa integrazione con i sistemi esistenti e costi elevati
Gli strumenti ci sono – software di gestione agenda, piattaforme di comunicazione, teleconsulto – ma spesso risultano frammentati, poco intuitivi e inutilizzati dopo l’installazione.
Poi ci sono le preoccupazioni più profonde: l’affidabilità delle diagnosi (23%), la riduzione dell’autonomia decisionale (21%), il timore che la tecnologia possa sostituire il medico (20%).
Il risultato? Medici e infermieri che vorrebbero innovare ma si trovano a combattere con password dimenticate, interfacce confuse, flussi che invece di semplificare complicano. La tecnologia che dovrebbe liberare tempo, ne ruba ancora di più.
Una trasformazione che richiede cultura, non solo tecnologia
Gli esperti concordano: l’IA non deve sostituire la medicina tradizionale, ma completarla. Come sottolinea Giuseppe Recchia di Fondazione Tendenze Salute e Sanità: “il valore del digitale non sta nel riprodurre la medicina tradizionale, ma nel completarla.”
L’IA non deve sostituire il medico. Deve restituirgli ciò che troppe volte la tecnologia mal progettata gli ha rubato: tempo per pensare, spazio per ascoltare, presenza nel momento della cura. L’IA integrata in app e dispositivi diventa un moltiplicatore delle possibilità di supporto e personalizzazione delle cure.
Non è solo questione di processo, ma di esito clinico e di qualità reale della salute. Come evidenzia Stefano Inglese, esperto di politiche sanitarie, “all’innovazione tecnologica deve accompagnarsi la necessaria innovazione dei modelli organizzativi, pena il sottoutilizzo o, peggio, il rischio di vanificarne gli effetti positivi.”
Perché ogni struttura è diversa, ogni équipe lavora a modo suo e la tecnologia deve modellarsi sulle persone, non il contrario.
Per Aphel, questa fotografia conferma che la direzione intrapresa è quella giusta.
Semplificare l’innovazione
Aphel nasce per essere intuitivo, integrabile e immediato. Automatizza le attività ripetitive -l’accoglienza del paziente, l’orientamento nei percorsi, la raccolta dell’anamnesi – e libera tempo clinico del medico.
Supportare il personale sanitario
La tecnologia è utile solo se viene usata. Per questo, restiamo accanto al personale sanitario. Formiamo, affianchiamo nelle prime settimane, ascoltiamo le difficoltà reali e adattiamo dove serve.
Mettere al centro la relazione umana
L’automazione non sostituisce il medico: lo potenzia. Restituisce tempo, migliora i flussi, rende più lineare l’esperienza del paziente. Aphel rafforza il ruolo dei medici, quello per cui hanno studiato anni e che nessuna intelligenza artificiale potrà mai fare: incontrare l’altro, capire, decidere insieme.
L’indagine conferma ciò che guida lo sviluppo di Aphel: la vera innovazione non è solo digitale, ma umana e condivisa. I pazienti sono pronti e i medici vogliono innovare. Insieme possono avanzare, a patto che la tecnologia sia semplice, accessibile e costruita attorno alle persone. Perché la tecnologia deve servire le persone, non il contrario.