In che modo i robot supportano i bambini in pediatria?

In Italia, i reparti di pediatria si trovano di fronte a uno squilibrio crescente tra i bisogni emotivi dei bambini e il personale a disposizione. L’assistenza pediatrica può costituire una fonte di paura, isolamento e perdita di controllo per i bambini, mentre i medici e gli infermieri chiamati a rispondere a questi bisogni si riducono di numero, con i pensionamenti che superano il ricambio generazionale.

Il problema è di forte attualità, poiché mentre le pressioni si intensificano, gli investimenti legati al PNRR e le riforme della formazione professionale creano opportunità concrete di intervento.

Il presente case study esamina i robot sociali come una soluzione particolarmente adatta ai bisogni emotivi e relazionali, oltre che informativi, dei piccoli pazienti, e mostra come la piattaforma Aphel, nelle installazioni presso gli ospedali italiani di Taranto e L’Aquila, stia già fornendo ottimi risultati.

Contesto di mercato

La tecnologia viene sviluppata e impiegata in misura crescente nel settore sanitario, dalla diagnostica alle sedute di cura, dalla riabilitazione post-acuta al monitoraggio. Un’area di particolare interesse è l’uso dei robot sociali, originariamente concepiti per supportare l’interazione uomo-robot e le interazioni di tipo umano [1].
 
 In ambito sanitario, sono stati adottati in molteplici contesti clinici per fornire supporto fisico, cognitivo e sociale. Sono stati sviluppati per sostenere protocolli clinici, processi di follow-up e di riabilitazione [2], oltre a fornire monitoraggio, incoraggiamento e promemoria durante i processi di trattamento [3], nonché attività di coaching, ad esempio nell’addestramento, nell’educazione e nel monitoraggio [4].

In pediatria, affiancano medici, infermieri e fisioterapisti come figure di supporto per i bambini e possono fornire assistenza terapeutica a bambini che affrontano il lutto e la perdita, oltre a fungere da mediatori sociali per bambini con autismo [5]. I robot sociali sono impiegati anche per dimostrare e incoraggiare attività motorie nei bambini con paralisi cerebrale, motivandoli e assistendoli nella riabilitazione cardiaca, così come nella riabilitazione del cammino in caso di compromissioni neurologiche [4].
 
 I robot, come strumenti terapeutici, mostrano risultati promettenti nell’aiutare i bambini a migliorare la comunicazione verbale e non verbale, poiché possono contribuire allo sviluppo di competenze quali il contatto visivo, il rispetto delle istruzioni e l’empatia verso gli altri [6]. Poiché i bambini sono generalmente ben disposti verso i robot in ambito sanitario [7], questi sono già ampiamente diffusi lungo il percorso di cura del paziente.
 
 I robot sociali si sono dimostrati in grado di:

  1. ridurre lo stress, il dolore e i comportamenti di evitamento durante la vaccinazione;
  2. supportare la gestione emotiva e l’apprendimento relativo alla malattia in bambini affetti da patologie come il cancro e il diabete;
  3. aumentare il benessere dei bambini durante il ricovero, riducendo il dolore e l’ansia, favorendo il rilassamento e migliorando la comunicazione e l’attività fisica [8].

In sintesi, i robot sociali vengono utilizzati per finalità educative, di intrattenimento e di distrazione [7], senza sostituire i caregiver umani né il personale sanitario [9].

Il problema

L’assistenza pediatrica raramente costituisce, per i bambini, un unico fattore di stress, bensì una combinazione di più fattori. Coyne [10] ha individuato quattro fonti ricorrenti di disagio nei bambini:

  • separazione dalla famiglia
  • ambiente non familiare
  • accertamenti e trattamenti
  • perdita di autodeterminazione

Le procedure che prevedono l’uso di aghi rappresentano una fonte ricorrente di disagio, poiché la paura degli aghi è pressoché universale nei bambini piccoli e riguarda il 20–50% degli adolescenti [11]. Uno studio ha rilevato che il 63% dei bambini tra 6 e 17 anni riferisce di temere gli aghi, percentuale che sale al 68% tra i 6 e gli 8 anni [12]. In un’indagine del Consiglio d’Europa condotta su bambini e ragazzi negli Stati membri, è risultato che evitare il dolore ed evitare la paura sono tra gli elementi molto importanti di una buona assistenza sanitaria, rispettivamente al 60,1% e al 48,7% [13].

Affrontare adeguatamente il disagio psicologico dei pazienti richiede tempo e continuità, risorse sempre più difficili da garantire nei reparti pediatrici. Uno studio del 2024, condotto in sette reparti pediatrici, ha evidenziato un legame diretto tra la carenza di personale infermieristico e l’aumento delle attività assistenziali che non riescono a essere svolte, tra cui anche il supporto psicosociale [14]. Una revisione statunitense sulla carenza di personale conferma inoltre che, quando la pressione assistenziale aumenta, la valutazione dei bisogni psicosociali è tra le prime attività a essere ridotte [15].

In Italia, la Fondazione GIMBE ha rilevato 6.284 pediatri di libera scelta per quasi 5,8 milioni di bambini a gennaio 2025, con una media di 917 bambini per pediatra, un organico ridotto del 15% rispetto al 2019 e oltre 1.500 ulteriori pensionamenti previsti entro il 2029 [16].

Per i bambini con degenze più lunghe, gli effetti risultano più marcati. Uno studio ha rilevato sintomi depressivi nel 68% e sintomi ansiosi nel 63% dei bambini ricoverati affetti da patologie croniche [17], mentre una scoping review del 2025 ha riscontrato che il supporto psicosociale non viene ancora offerto di routine a questi bambini, nonostante i benefici documentati [18].
 
 I bambini in condizioni critiche hanno riferito di sentire la mancanza di semplici fonti di conforto, come la presenza di un genitore vicino, un oggetto familiare o un’infermiera che si fermava accanto a loro [19]. Il problema riguarda meno la mancanza di tecnologia e più un sistema che dispone di meno tempo e meno personale per fornire con costanza questo tipo di sostegno ordinario.

Qualche numero

La pressione sul personale si estende oltre i pediatri di famiglia, coinvolgendo gli ospedali stessi. Nel 2018, Anaao Assomed avvertiva che oltre 2.000 pediatri ospedalieri sarebbero andati in pensione entro cinque anni, una perdita che si stimava avrebbe potuto costringere alla chiusura di circa 200 unità pediatriche e punti nascita a livello nazionale, all’incirca dieci per regione [20].

Anche il comparto infermieristico registra una carenza analoga. La Ragioneria Generale dello Stato ha stimato un deficit strutturale di almeno 65.000 infermieri a livello nazionale, cifra citata da FNOPI in occasione della presentazione del proprio rapporto 2025 realizzato con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa [21], che ha inoltre rilevato una densità infermieristica in Italia pari a 6,5 per 1.000 abitanti, contro una media UE di 8,4 [22]. Sebbene i dati di Eurostat mostrino un aumento della densità di pediatri da 28 a 31 ogni 100.000 abitanti dal 2018 [23], la formazione infermieristica pediatrica non si sta espandendo abbastanza rapidamente da colmare il divario.

I posti di formazione universitaria per il corso di laurea in infermieristica pediatrica sono stati fissati a 257 per l’anno accademico 2026/2027, in calo rispetto ai 264 dell’anno precedente e comunque superiori ai 205 posti proposti dalla stessa FNOPI, mentre il corso di laurea viene progressivamente sostituito da nuovi percorsi di laurea magistrale specialistica nelle aree neonatale e pediatrica [24]. 

Driver del cambiamento

L’assistenza pediatrica in Italia si è sviluppata negli ultimi 40 anni attorno a una crescente consapevolezza che i bisogni psicosociali ed evolutivi dei bambini meritano un’attenzione dedicata, accanto ai sintomi fisici [25]. Ai pediatri viene richiesto di guardare oltre la diagnosi e il trattamento, individuando rischi emotivi, sociali e familiari per il benessere del bambino [25].

Oggi il sistema è sotto seria pressione, nonostante il numero crescente di pediatri. Investimenti pubblici limitati e un ricambio insufficiente di nuovi pediatri rischiano di vanificare decenni di progressi[25]. Una recente revisione dell’assistenza pediatrica d’urgenza in Italia ha rilevato carenze persistenti nella gestione del dolore e dell’ansia durante le procedure, con un’indagine su 18 sedi che ha individuato lacune nella formazione del personale, nei protocolli e nella disponibilità di farmaci negli ospedali universitari e di terzo livello [26]. Il divario tra ambizione e risorse resta evidente.

Quali soluzioni sono state attuate?

A livello globale, in 33 Paesi sono stati implementati più di 50 robot diversi in 279 contesti sanitari, quali ospedali, case di riposo, centri sanitari e sedi di formazione per specialità mediche [27]. Di questi, 102 sono stati implementati in Europa, che risulta così la regione con il maggior numero di robot sanitari installati [27]. In ambito pediatrico sono stati impiegati diversi tipi di robot sociali, tra cui Aibo, Necoro, Paro, Huggable, Nao [8], CoderBot, Pleo e Baby Goldrake [9]. I robot sociali affiancano l’esercizio fisico, migliorano la salute mentale e la giocosità nei bambini con disabilità intellettiva, riducono dolore e disagio, ad esempio durante l’inserimento di aghi o la vaccinazione, migliorano le conoscenze nutrizionali, sostengono obiettivi terapeutici o educativi per bambini con disabilità fisiche, e altro ancora [7].

L’accettazione dei robot sociali varia in base alla cultura, all’età e al contesto d’uso [27]. Il Giappone, ad esempio, mostra un atteggiamento positivo verso i robot sociali, ma solo nelle interazioni quotidiane; i ruoli che richiedono un elevato coinvolgimento emotivo o l’imitazione di attributi umani risultano meno accettati, e l’adozione e l’utilizzo restano contenuti [27]. Un’ampia diffusione non equivale necessariamente a un’ampia domanda. Una valutazione del 2023 su 24 applicazioni robotiche in Europa ha rilevato che la maggior parte aveva già raggiunto elevati livelli di maturità tecnologica, pur ricevendo punteggi di domanda bassi da parte degli stakeholder sanitari coinvolti [28].

Quali sono le opportunità di innovazione?

Tra le principali barriere a una più ampia adozione figurano la complessità normativa, la formazione insufficiente del personale e la scarsa integrazione con i modelli di cura esistenti [28]. Gli atteggiamenti sembrano rappresentare una delle barriere più facilmente superabili. Un’indagine condotta su 1.092 cittadini europei ha rilevato una relazione positiva tra la precedente esperienza di interazione con robot sociali e atteggiamenti favorevoli nei loro confronti, suggerendo che l’esposizione stessa possa ridurre la paura dell’ignoto che limita l’adozione [29]. La stessa indagine ha inoltre rilevato che, in generale, l’età non è correlata agli atteggiamenti verso i robot, sebbene gli adulti più anziani mostrino una maggiore preoccupazione, in particolare, per i robot in ambito sanitario [29].

I bambini sembrano collocarsi all’estremo opposto dello spettro. In diversi studi sulle interazioni tra bambini e robot in ambito pediatrico, l’andamento mostra costantemente che i bambini si coinvolgono prontamente, apprezzano l’interazione e manifestano una riduzione dello stress e dell’ansia, senza aggravare il carico di lavoro del personale [30, 31, 32].
 I bambini sembrano apprezzare non tanto il robot in sé, quanto la compagnia che esso rappresenta, come dimostra uno studio secondo cui associano il benessere in ospedale all’essere circondati da altre persone, immaginando i robot come parte della rete di cura piuttosto che come un loro sostituto [33].
 Il personale sanitario e le famiglie adottano la stessa impostazione. Medici e infermieri riconoscono il valore dei robot in grado di accompagnare le procedure invasive, sottolineando tuttavia che questi dovrebbero integrare l’assistenza piuttosto che sostituirla, mentre i genitori descrivono il sollievo di poter contare su un ulteriore alleato nei momenti difficili, più che su una semplice distrazione [9].

Dato che gran parte di ciò che rende difficile l’assistenza sanitaria per i bambini è di natura emotiva e relazionale, più che una questione di accesso o di informazione, i robot si distinguono tra le soluzioni e gli strumenti emergenti come particolarmente adatti alla pediatria.

Come può contribuire Predict

Come già stabilito, una piattaforma di robot integrati può risultare utile non solo per i bambini, ma anche per il personale pediatrico. Dotato di funzionalità di accoglienza, il robot può registrare i pazienti al loro arrivo, avvisare il medico assegnato della loro presenza e fornire informazioni individuali e indicazioni mediche. Durante l’attesa della visita, può offrire contenuti educativi e di intrattenimento in audio, video e giochi, mantenendo i bambini coinvolti attraverso la narrazione e il gioco, riducendo il possibile nervosismo o l’ansia in vista della visita o del trattamento. Al momento dell’incontro con il medico, può inoltre avvisare la famiglia e accompagnarla nella stanza corretta, così come verso l’uscita o verso un altro reparto al termine della visita.

Per i bambini ricoverati, i robot possono offrire non solo intrattenimento, ma anche compagnia, interagendo con i pazienti attraverso la voce, le espressioni facciali e i movimenti. Insieme al personale medico e ai familiari, contribuiscono a ridurre l’ansia e la solitudine, migliorandone il benessere.

Quali sono i benefici attesi?

Sul piano clinico, l’interazione assistita da robot è stata associata a riduzioni misurabili dello stress, dell’ansia e del dolore nei bambini durante le procedure ospedaliere, con esiti valutati da personale e caregiver che mostrano un miglioramento costante in quasi tutte le misure considerate in almeno un progetto pilota ospedaliero [32].

Sul piano organizzativo, l’integrazione dei robot può assorbire compiti di routine legati all’accoglienza, all’informazione e all’intrattenimento senza aggravare il carico di lavoro del personale, poiché lo stesso progetto pilota non ha rilevato alcun aumento apprezzabile del carico di lavoro nonostante le responsabilità aggiuntive [32].

I benefici economici risultano più difficili da quantificare direttamente, poiché gli studi di costo-efficacia dedicati alla robotica sociale in pediatria restano ancora limitati, sebbene la riduzione dell’ansia e il miglioramento dell’efficienza del recupero già discussi [9] suggeriscano un percorso plausibile, seppur non ancora formalmente misurato, verso una riduzione dei costi legati alla degenza ospedaliera.

Per pazienti e operatori, le indagini hanno rilevato atteggiamenti ampiamente positivi nei confronti dell’interazione con i robot da parte di bambini, genitori e personale sanitario, a condizione che gli sviluppatori tengano conto delle loro preoccupazioni [31].

Alcune evidenze e casi applicative

Per rispondere ai bisogni emotivi e relazionali dei bambini e fornire al personale supporto nelle attività quotidiane, abbiamo sviluppato la piattaforma Aphel, declinata in tre robot: Helios, Hermes e Mini.

In ambito ospedaliero pediatrico, il robot Aphel fa parte del reparto di Pediatria e Oncoematologia Pediatrica dell’Ospedale Santissima Annunziata di Taranto dal 2020. Nel corso di un anno, il robot ha registrato:

  • 3.282 interazioni con i bambini
  • 17.280 minuti di attività
  • 119 video mostrati
  • 103 giochi effettuati
  • 156 balli eseguiti [34]

Il personale di reparto descrive il robot come una presenza costante che sostiene l’adattamento dei bambini al ricovero, allevia l’isolamento tra i bambini e le loro famiglie, e contribuisce a creare ricordi positivi della degenza, pur sottolineando che l’assistenza umana resta centrale nell’esperienza del bambino [34].

I robot Aphel sono impiegati anche nell’ambito dei disturbi dello spettro autistico. Più nello specifico, sono stati implementati all’interno di LiberAUT, un progetto che sviluppa strategie mediate da robot sociali per la ricerca clinica e la riabilitazione nell’autismo, finanziato attraverso la cascata PNRR dell’ecosistema Tuscany Health Ecosystem.

Il progetto ha previsto la consegna di unità Helios e Hermes al centro di ricerca CRRA dell’Aquila e al centro CREA di Firenze, per un valore complessivo di 238.990 euro relativo alla sola fornitura destinata all’Università dell’Aquila, rivolta ad adolescenti e giovani adulti tra i 14 e i 20 anni con diagnosi di disturbo dello spettro autistico [35]. La piattaforma supporta dialoghi configurabili, contenuti testuali, immagini e video, nonché un comportamento conversazionale basato su modelli linguistici di grandi dimensioni, calibrato su obiettivi clinici specifici, per rafforzare la comunicazione in contesti legati all’autismo [35].

Alcune considerazioni

Nel complesso, le evidenze scientifiche e gli studi analizzati convergono su una conclusione coerente: il disagio e il malessere dei bambini durante l’assistenza pediatrica, che si tratti di ricovero, accoglienza, controlli di routine o riabilitazione specialistica, sono in gran parte di natura emotiva e relazionale, radicati nella paura, nella perdita di controllo e nella mancanza di familiarità, piuttosto che in una carenza di comprensione clinica o di informazione. Allo stesso tempo, i medici e gli infermieri chiamati a rispondere ai bisogni dei bambini si riducono di numero rispetto alla domanda, con i pensionamenti che superano il ricambio e una capacità formativa incapace di tenere il passo.

I robot occupano una posizione distintiva nell’assistenza sanitaria. A differenza di paradigmi orientati principalmente all’accesso o all’informazione, come la telemedicina o il monitoraggio remoto, i robot sociali intervengono direttamente sulla dimensione relazionale della cura. Una corrispondenza confermata dall’accoglienza costantemente positiva documentata tra bambini, famiglie e personale sanitario negli studi scientifici e nelle implementazioni analizzate.

Guardando al futuro, le evidenze relative ai robot sociali in pediatria sono più recenti rispetto ad alcuni ambiti affini, e la maggior parte degli studi disponibili si basa ancora su campioni ridotti o su implementazioni pilota, anziché su ampi trial randomizzati. Una validazione più ampia in contesti clinici diversificati, accompagnata da una valutazione economica più rigorosa, probabilmente determinerà la rapidità con cui l’adozione passerà dalle esperienze pilota isolate alla pratica standard.

In Italia, questo corpo di evidenze si sviluppa parallelamente a una più ampia riforma della formazione infermieristica pediatrica e a un investimento continuo, legato al PNRR, nella digitalizzazione sanitaria, entrambi elementi che potrebbero definire le condizioni in cui le piattaforme robotiche verranno introdotte nei reparti nei prossimi anni.

Ciò che già appare chiaro, sulla base di implementazioni reali come le nostre a Taranto, L’Aquila e Firenze, è che il ruolo dei robot sociali nell’assistenza pediatrica italiana non è più ipotetico, ma sta già prendendo forma concreta.

Fonti

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